Settore della moda: una svolta etica?

Il sondaggio Ipsos esplora il punto di vista dei consumatori sul mercato dell'usato e sulla sostenibilità nel settore della moda.

Il Boom nel mercato dell'usato 

“Il vero lusso è ciò che può essere riparato", ha detto Jean-Louis Dumas, ex CEO di Hermès. Dare una seconda vita ai vestiti o agli accessori indesiderati di qualcun altro è un approccio che sta guadagnando terreno tra consumatori e seguaci della moda. Gli ultimi dati del nostro studio World Luxury Tracking sugli acquisti di prodotti di seconda mano mostrano un notevole aumento di +11 punti negli Stati Uniti e di +9 punti in Europa tra il 2017 e il 2019. Il fenomeno si sta espandendo e ormai è una pratica sempre più diffusa nel mondo della moda. I dati recenti del nostro sondaggio Global Advisor, condotto in 28 paesi, mostrano che il 41% degli intervistati ha già acquistato articoli di moda, accessori o scarpe di seconda mano.

Fashion Naturalmente, le motivazioni devono essere bilanciate tra scelte economiche in Paesi con forti vincoli di potere d'acquisto e compromessi stilistici con lo sviluppo di un mercato dell'usato di fascia alta. È il caso, in particolare, degli Stati Uniti dove il "consignment store" offre l'esperienza del piacere di acquistare, il piacere di accedere ad articoli storici - alcuni direbbero iconici - e, il più delle volte, a prezzi ridotti rispetto a quanto si potrebbe trovare oggi nei normali negozi. È importante ricordare che i beni di lusso non si deprezzano, e a volte il loro valore aumenta addirittura nel tempo. Alcuni brand del lusso lo hanno capito, come il brand svizzero di zaini Freitag, il cui concetto di "upcycling chic" funziona molto bene, o la Maison Martin Margiela, che ha appena presentato la sua collezione di “upcycling SS20” sotto la direzione di John Galliano.

 

Una svolta etica?

Quando si tratta di impegno etico, i brand di moda hanno ancora molto lavoro da fare per guadagnare credibilità presso il grande pubblico. Nonostante nuove agende, come ad esempio il Fashion Pact*, c'è ancora molta strada da fare per i brand di lusso che hanno appena iniziato a fare piccoli passi verso un modo più pulito di fare moda. In effetti, una larga maggioranza (63%) degli intervistati di Global Advisor ritiene che i brand di lusso siano meno rispettosi dell'ambiente di altri brand. Quelli dei Paesi europei e degli Stati Uniti sono stati più sensibili a questo aspetto, mentre il Medio Oriente, la Cina e l'India sono stati più indulgenti.

Per molto tempo, i brand di nicchia hanno dato l’esempio in questo settore. Nel 2011, Rombaut iniziò ad utilizzare fibre vegetali per realizzare sneakers 100% vegane. Nel 2015, Neith Nyer ha creato una collezione interamente vegana. E, a partire da oggi, numerosi brand precedentemente sotto la lente d’ingrandimento come Nanushka, Andrea Crews e Jill Milan hanno portato la sostenibilità a un nuovo livello nella moda.

Ci si aspetta che i maggiori operatori del settore facciano lo stesso, ma le sfide sono complesse data la loro portata. Quello che ci si aspetta da loro non è solo di fare di più per una produzione più pulita, ma anche di attuare una maggiore trasparenza nella loro comunicazione in materia. Le aziende di moda dovranno prendere sul serio la questione, altrimenti rischiano di essere accusate di scarsa reattività o, peggio ancora, di greenwashing.

*Il Fashion Pact ha riunito oltre 150 stakeholder del settore, tra cui Kering e LVMH, che ha recentemente investito nella Maison Stella McCartney.

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