Referendum Giustizia 22-23 marzo 2026: scenari, dati e intenzioni di voto

A poche settimane dal voto, esploriamo il livello di conoscenza degli italiani, gli orientamenti dell'elettorato e i possibili esiti della consultazione attraverso tre scenari legati all'affluenza.

Domenica 22 e lunedì 23 marzo 2026 gli italiani sono chiamati alle urne per un referendum costituzionale confermativo in materia di ordinamento giudiziario.

Quando si vota e cosa c'è da sapere

Tra poco più di un mese gli italiani saranno chiamati alle urne per il referendum sulla giustizia. Trattandosi di un referendum costituzionale, il risultato sarà valido indipendentemente dal raggiungimento del quorum del 50%+1 degli aventi diritto.

Per votare è necessario presentarsi al proprio seggio con:

  • documento di identità valido,
  • tessera elettorale.

Date e orari:

  • Domenica 22 marzo 2026: 07:00 – 23:00
  • Lunedì 23 marzo 2026: 07:00 – 15:00

In questo approfondimento esaminiamo i contenuti della riforma e i dati Ipsos Doxa presentati da Nando Pagnoncelli sul Corriere della Sera, con focus su conoscenza del referendum, orientamenti di voto e scenari legati all’affluenza.

Quanto ne sanno gli italiani del referendum?

Al momento il referendum non sembra attirare particolare attenzione da parte dell'opinione pubblica italiana

La rilevazione di Ipsos Doxa evidenzia una situazione di frammentazione informativa. A poche settimane dal voto, il livello di conoscenza da parte dell'elettorato mostra ampi margini di miglioramento.

  • Solo il 10% si definisce molto informato sui contenuti
  • Il 36% dichiara di essere abbastanza informato
  • Più della metà ne sa poco o nulla

Riguardo all'importanza percepita:

  • Il 38% ritiene sia una consultazione molto importante per il Paese
  • Il 22% pensa che lo sia almeno in parte
  • Il 40% attribuisce poca o nulla importanza al voto, oppure non si esprime

Analisi tecnica: cosa prevede la riforma

Il referendum riguarda la legge costituzionale recante “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”. L’elettore è chiamato a votare:

  • SÌ per confermare la riforma
  • NO per respingerla e mantenere l’attuale sistema

Le principali novità previste sono:

  1. Separazione delle carriere
    Giudici e pubblici ministeri verrebbero distinti fin dall’accesso in magistratura. I due percorsi diventerebbero autonomi e separati, superando l’attuale modello unitario che consente, entro limiti stabiliti dalla legge, il passaggio tra funzioni giudicanti e requirenti.
  2. Due organi di autogoverno
    L’attuale Consiglio Superiore della Magistratura verrebbe sdoppiato in due organi distinti: uno competente per i magistrati giudicanti e uno competente per i magistrati requirenti. Entrambi continuerebbero a operare nell’ambito delle garanzie costituzionali previste per l’autonomia della magistratura.
  3. Istituzione di un’Alta Corte disciplinare
    La riforma prevede l’istituzione di un organo autonomo incaricato di esercitare la funzione disciplinare nei confronti dei magistrati, separandola dalle funzioni amministrative di autogoverno.

Cosa pensano gli italiani della riforma della giustizia?

Sui singoli aspetti della riforma, circa metà degli intervistati non sa esprimersi. In generale, invece, le opinioni tendono a dividersi quasi equamente – sia pur con una lieve prevalenza di chi concorda.

Il 27% condivide l'idea che la riforma ristabilisca l'equilibrio tra i poteri, oggi sbilanciati a favore del giudiziario, ma il 25% pensa il contrario. Sulla magistratura, il 25% ritiene che la riforma ne esalti l'autonomia, mentre il 24% teme che rappresenti l'anticamera di una limitazione dell'indipendenza dei giudici.

Il consenso cresce su altri aspetti: la separazione delle carriere trova favorevole il 30% degli intervistati, contro il 24% che considera la proposta inefficace. Stesso orientamento sul controllo della responsabilità dei magistrati e sulla riduzione del peso delle correnti, con il 30% favorevole e il 22% contrario.

Quali sono le previsioni sull'affluenza?

Il tema centrale resta la partecipazione al voto, che rappresenta la vera incognita della consultazione:

  • Il 36% si dichiara certo di recarsi alle urne
  • Il 16% pensa che probabilmente lo farà
  • Il 48% ritiene certo o molto probabile che non voterà

Come sottolineato più volte, la stima della partecipazione è particolarmente complessa, influenzata dai toni e dall'intensità della campagna, dal coinvolgimento sui temi e dagli impegni personali dei singoli elettori.

Tre scenari possibili: come cambiano i risultati in base all'affluenza

Abbiamo elaborato tre scenari distinti in funzione di diversi livelli di affluenza, calcolati considerando sia l'intenzione di partecipare sia l'importanza attribuita al tema.

Scenario 1 – Affluenza poco più del 40% 

Il primo scenario prevede una partecipazione piuttosto contenuta: si stima che poco più del 40% degli aventi diritto si rechi alle urne ed è la stima più probabile coi dati di oggi.

In questo caso si registrerebbe una lieve prevalenza del No, con il 50,6% contro il 49,4% del Sì. Un distacco così ridotto non consente di prevedere la vittoria dell'una o dell'altra opzione, ma segnala quantomeno una maggiore mobilitazione dei contrari alla riforma.

Scenario 2 – Affluenza al 46%

È probabile che lo svilupparsi della campagna produca una maggiore mobilitazione degli elettori. Se si recasse al voto il 46% degli aventi diritto, i risultati favorirebbero il Sì, che otterrebbe il 51,5% dei voti validi contro il 48,5% del No. Ancora un distacco contenuto, ma con un segnale più evidente di prevalenza del consenso alla riforma.

Scenario 3 – Affluenza al 52% 

Infine, se la partecipazione arrivasse al 52% (il livello massimo oggi ipotizzabile), la vittoria del sarebbe decisamente più netta: 53,7% contro il 46,3% del No.

Come votano gli elettori per area politica

In tutti gli scenari analizzati, gli elettori dei partiti che compongono il governo appaiono quasi granitici nel loro orientamento: nell'area di centrodestra, solo una quota compresa tra il 2% e il 5% si orienta verso il No.

Meno compatti invece gli elettori dei partiti di opposizione. Con qualche variazione a seconda degli scenari ipotizzati, verso il è orientato dal 10% al 14% dell'elettorato PD, stabilmente il 24% degli elettori del Movimento 5 Stelle, e dal 27% al 33% degli elettori delle altre liste.

È da sottolineare come tra gli elettori del PD e delle altre liste il Sì tenda a crescere, più o meno sensibilmente, all'aumentare della partecipazione.

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