Referendum 12 giugno 2022, il quorum non raggiunto: i motivi del fallimento

Referendum sulla giustizia del 12 giugno 2022: Nando Pagnoncelli -Presidente di Ipsos- racconta sulle pagine del Corriere della Sera i motivi del fallimento.

Domenica 12 giugno, oltre alle elezioni amministrative 2022, gli italiani hanno avuto la possibilità di votare i cinque quesiti del referendum sulla giustizia. Il referendum ha segnato un record negativo di partecipazione con un dato finale di affluenza inferiore al 21%: il quorum non è stato raggiunto, dunque il referendum sulla giustizia del 12 giugno 2022 non è valido.

Flop referendum 12 giugno 2022: i motivi del fallimento

A fine maggio, i sondaggi politici Ipsos avevano indagato la conoscenza e le principali opinioni degli italiani in merito al referendum sulla giustizia del 12 giugno 2022. Oggi, Nando Pagnoncelli -Presidente di Ipsos-, racconta sulle pagine del Corriere della Sera il motivo del flop del referendum, riconducibile ad almeno 3 fattori tra loro strettamente interconnessi:

  • la limitata risonanza mediatica;
  • la complessità di alcuni quesiti referendari;
  • «l’usura» del referendum abrogativo.

Vediamoli nel dettaglio. 

La scarsa risonanza mediatica

In primo luogo, il referendum sulla giustizia del 12 giugno è stato, per lungo tempo, in sordina non accedendo il dibattito pubblico. Inoltre, ha mobilitato poco i partiti (ad eccezione dei promotori) e ancor meno gli elettori, i quali nelle ultime due settimane - pur avendo preso consapevolezza della consultazione (82% ne era a conoscenza) - in larghissima misura si sono mostrati disinteressati.

I quesiti poco comprensibili 

In secondo luogo, la complessità di alcuni quesiti referendari ha alimentato un sentimento di inadeguatezza tra gli italiani rispetto alle questioni oggetto di voto. Riguardo almeno tre dei cinque quesiti referendari sulla giustizia la stragrande maggioranza, stando alle interviste Ipsos, dichiarava di non essere in grado di valutare le conseguenze derivanti dalla possibile abrogazione delle norme.

In pochi erano a conoscenza dell’esistenza dei Consigli giudiziari e di ciò che comporti l’esclusione degli avvocati che ne fanno parte dalla valutazione dell’operato dei magistrati e della loro professionalità; per non parlare delle procedure che consentono ai magistrati di presentare la propria candidatura al Csm.

«L’usura» del referendum abrogativo

Infine, l’ultimo motivo che ha decretato il flop del referendum sulla giustizia è dato da ciò che potremmo definire «l’usura» del referendum abrogativo, a cui nell’Italia repubblicana abbiamo fatto ricorso in 18 occasioni per un totale di 72 quesiti.

Si tratta di un declino molto evidente, basti pensare che dal 1974 al 1995 in Italia si sono tenute nove consultazioni referendarie, con un’affluenza media di poco superiore al 70%, delle quali una sola risultò non valida. Negli ultimi 15 anni la situazione si è completamente rovesciata, infatti, delle nove consultazioni abrogative istituite, otto sono risultate non valide (compresa quella di ieri).

Dunque, solo una ha superato il quorum, nel 2011, quando gli elettori furono chiamati ad esprimersi su temi giudicati di grande importanza (e di facile comprensione) per i cittadini: dall’abrogazione della gestione privata dell’acqua a quella delle norme che consentivano la produzione di energia nucleare.

Per saperne di più, leggi l'articolo del Corriere della Sera.

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