Sondaggi politici, elezioni amministrative 2021 - I risultati di Roma

Il 3 e il 4 ottobre si è tenuto in Italia un Election Day che ha visto accorpate le elezioni amministrative in alcune delle principali città italiane: quali sono i risultati di Roma?

Domenica 3 e lunedì 4 ottobre si è tenuto in Italia un Election Day che ha visto accorpate le elezioni amministrative in alcune delle principali città italiane, le regionali in Calabria e le elezioni suppletive in due collegi della Camera dei Deputati.

A Roma, come in molte altre città, il dato sull’affluenza ha fatto registrare il punto più basso di sempre, attestandosi sotto il 50% (al 48,8%, in calo di oltre otto punti rispetto alle amministrative del 2016). In quella che era forse la più “aperta” delle competizioni nelle grandi città e sicuramente una delle più attese, il primo turno ci rimanda al ballottaggio di domenica e lunedì prossimi per l’esito definitivo. Il candidato del centrodestra Enrico Michetti, con il 30,1%, è davanti all’ex ministro dell’economia Roberto Gualtieri, candidato dal Partito Democratico, che ha ottenuto il 27%. Il leader di Azione Carlo Calenda con il 19,8% dei voti si piazza al terzo posto davanti alla sindaca uscente del Movimento 5 Stelle Virginia Raggi, ferma al 19,1%.

L’unica lista a sostegno di Calenda è il primo partito nella Capitale, con il 19,1%. Precede il PD (16,4%) e i partiti del centrodestra: Fratelli d’Italia (17,4%), Lega (5,9%) e Forza Italia (3,6%). Il M5S si ferma all’11%, anche se le liste civiche a sostegno della Raggi portano la sua coalizione al 17,7%.

Elezioni Roma 2021

I candidati 

Il flusso più consistente di voti rispetto alle elezioni del 2016 è quello che ha visto dimezzati i consensi di Virginia Raggi, passata da oltre 460 mila voti nel 2016 a poco più di 210 mila in questa occasione. Il 40% dei suoi elettori di cinque anni fa sono rimasti a casa, un terzo ha confermato il voto alla sindaca uscente, il resto si è distribuito più o meno in egual misura tra Michetti, Gualtieri e Calenda. Virginia Raggi riesce però a limitare le perdite recuperando circa un elettore su dieci tra quelli che nel 2016 avevano votato per Giorgia Meloni.

Enrico Michetti ottiene oltre 334 mila voti: sono più dei 270 mila di Giorgia Meloni nel 2016, ma meno di quanto ottenuto complessivamente dal centrodestra, considerando anche la candidatura di Alfio Marchini premiata nel 2016 da oltre 140 mila preferenze. Quasi due terzi dei voti di Michetti provengono da elettori che nel 2016 si erano orientati sui due candidati del centrodestra (che erano rimasti poi esclusi dal ballottaggio). Circa un quarto degli elettori del centrodestra del 2016, però, ha preferito restare a casa, mentre percentuali piccole ma non indifferenti hanno votato per Calenda (soprattutto gli elettori di Marchini) e per Raggi (soprattutto quelli della Meloni). Michetti consolida il suo primato anche con degli ulteriori flussi in uscita dagli elettori di Virginia Raggi (il 7% degli elettori del 2016) e provenienti dall’astensione (anche in questo caso il 7%).

Flussi analoghi a quelli che hanno premiato Gualtieri: 7% degli elettori di Virginia Raggi e 6% degli astenuti del 2016. Gualtieri “tiene” poi oltre il 60% degli elettori di Giachetti (ma su questo elettorato subisce la concorrenza di Calenda) ma attinge molto poco dagli elettori di Meloni e Marchini.

Una competizione elettorale piuttosto “irrigidita”, dunque, in cui gli elettori del centrodestra e del centrosinistra “tradizionali” poco si mescolano tra loro e i due candidati sindaci si contendono piuttosto i flussi in uscita dal Movimento 5 Stelle, con Michetti però meno efficace di Gualtieri a “richiamare” alle urne i suoi. La vera novità è però la presenza di Carlo Calenda. È lui l’autentica mina vagante della competizione.

Pesca un po’ ovunque, soprattutto dall’elettorato di Giachetti (più del 20%), ma anche da quelli di Marchini (9%), di Meloni (7%), di Raggi (più del 6%). È, soprattutto, il candidato più capace di riportare alle urne i romani: oltre l’8% di chi si era astenuto nel 2016 questa volta ha scelto di votare per il leader di Azione, andando a comporre la fetta più grande del suo elettorato (su 100 elettori di Calenda, 42 non avevano votato nel 2016: si tratta di più di 90 mila elettori).


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I partiti

L’ottimo risultato di Calenda si riversa anche sulla sua lista: anche a causa del fatto di essere l’unica lista a sostegno della sua candidatura, la formazione “Calenda Sindaco” ottiene il 19,1% e risulta essere la prima lista a Roma. Analizzando i flussi rispetto alle Europee del 2019 vediamo che a votarla sono soprattutto elettori del Partito Democratico, ma anche in questo caso la capacità di recupero dall’astensione è notevolissima: quasi quattro elettori su dieci non avevano votato nel 2019. Non trascurabili anche i flussi intercettati dai partiti minori del centrosinistra (+Europa, Europa Verde, La Sinistra), dal Movimento 5 Stelle e dal centrodestra: anche in questo caso, una lista piglia-tutti.

Fratelli d’Italia è il primo partito del centrodestra a Roma: passa da 96 mila a 176 mila voti rispetto al 2019, erodendo soprattutto il consenso della Lega. Il partito di Salvini a Roma va molto male: tiene solo un sesto degli elettori di due anni fa e non attrae di fatto da nessun altro partito, passando così da 285 mila ad appena 60 mila voti. Male anche Forza Italia, che nonostante l’alleanza con l’UDC perde 25 mila voti passando dal 5,6% delle Europee al 3,6% di oggi. Nonostante la debacle, il Movimento 5 Stelle, a Roma, tiene meglio che in altre città. I voti alla lista del Movimento scendono da 195 mila a 112 mila (ma nel 2018 erano 357 mila e nel 2016 addirittura 420 mila), ma se si aggiungono le cinque liste civiche a sostegno di Virginia Raggi si resta intorno ai 180 mila voti. Voti che in gran parte (oltre sei su dieci) sono conferme rispetto al 2019 ma che provengono anche dal PD e dalle altre liste del centrosinistra (circa 25 mila) dalla Lega (circa 22 mila) e dall’astensione (altri 22 mila circa). Rispetto al 2019, tuttavia, tre elettori del Movimento su dieci sono rimasti a casa, l’8% ha scelto Calenda e il 4% Fratelli d’Italia.


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I segmenti sociali

A spingere il vantaggio di Michetti sono soprattutto i “giovani boomers”: tra gli elettori di età compresa tra i 51 e i 65 anni il candidato del centrodestra ottiene la sua performance migliore e stacca di oltre 15 punti Gualtieri. Michetti va molto bene anche tra gli operai e i lavoratori meno qualificati, mentre la propensione a votare per lui diminuisce all’aumentare del livello di istruzione.

Gualtieri, come altri candidati del centrosinistra nel resto d’Italia, è invece preferito da “nonni e nipoti”: over 65 e (soprattutto) 18-30enni sono le fasce d’età in cui l’ex ministro è primo (tra i giovani, con 19 punti di distacco su Michetti). Specularmente rispetto a Michetti, Gualtieri è più votato dai laureati e dagli studenti (tra questi ultimi sfiorerebbe addirittura la vittoria al primo turno).

Calenda è votato soprattutto dagli uomini (circa tre quarti dei suoi elettori), tra i quali risulta essere il candidato più votato. In particolare, da quelli sopra i 65 anni. Il leader di Azione ha un consenso politicamente trasversale. Convince soprattutto gli elettori del centrosinistra (dopo Gualtieri, è il più votato da chi si dichiara di quest’area politica) ma risulta essere il secondo candidato più votato in ogni “area” politica: è secondo alla Raggi tra gli elettori di centro e secondo a Michetti tra quelli di centrodestra e di destra. È secondo alla Raggi anche tra gli elettori che rifiutano di collocarsi sull’asse destra-sinistra. Risulta terzo (dopo Gualtieri e Raggi) solo tra gli elettori che si dichiarano di sinistra.

Curiosamente, Michetti e Gualtieri condividono lo stesso ‘pattern’ di attrazione rispetto al tenore di vita degli elettori: sono entrambi preferiti tanto dai romani che si collocano nel ceto medio ma che si percepiscono in difficoltà quanto da quelli che considerano il proprio tenore di vita molto sereno o addirittura agiato. Tra questi benestanti, tuttavia, è Carlo Calenda il candidato più votato, come testimonia anche il dato disaggregato per municipio, che lo vede oltre il 30% nei primi due municipi della città (Centro Storico e Parioli/Nomentano).

Virginia Raggi sarebbe invece in testa tra gli elettori del “ceto medio tranquillo”, che non frequentano i lussi ma non si considerano neanche in difficoltà economica. Virginia Raggi va invece molto male tra gli elettori più marginali, che dichiarano difficoltà ad arrivare a fine mese o che svolgono mansioni meno qualificate. Il suo elettorato è in media il più anziano, e (forse anche per questo) risulterebbe la più votata tra chi si dichiara credente e osservante.


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In vista del ballottaggio

I risultati del primo turno hanno mostrato una corsa alla carica di primo cittadino della Capitale ancor più serrata di quanto i sondaggi della vigilia lasciassero prevedere. Il vantaggio di Michetti su Gualtieri è risultato inferiore alle attese, mentre sia Raggi sia (soprattutto) Calenda hanno ottenuto più consensi di quanto previsto. Come anche in altre città chiamate alle urne per queste amministrative, il centrosinistra è risultato premiato da una conformazione dell’astensione ad esso favorevole: si sono astenute soprattutto quelle fasce di popolazione che dal punto di vista anagrafico, reddituale, professionale, educativo sono meno propense a votare per il centrosinistra. La fascia dei 31-50enni, ad esempio, generalmente più vicina ad un voto di protesta. Le casalinghe, i lavoratori meno qualificati e, più in generale, le categorie a più alto rischio di marginalità sociale (in difficoltà economica, residenti nelle periferie, meno istruiti).

Questa tornata elettorale tiene insieme quindi un dato allarmante sulla partecipazione al voto (mai così bassa in molte delle città dove si è votato) e un risultato favorevole al centrosinistra: è evidente che i due fenomeni sono congiuntamente spiegati da un’astensione che ha dilagato soprattutto a destra, tra gli elettori meno “fidelizzati” di Meloni e soprattutto di Salvini, insoddisfatti per la scelta di candidati non propriamente di primo piano (oltre che spaesati da una coalizione che in parte siede tra in banchi del governo e in parte tra quelli dell’opposizione e che assume posizioni cangianti sui principali temi nell’agenda del governo nazionale).

Roma non ha fatto eccezione: Michetti non ha sfondato, ha fatto il suo ma non ha trascinato il voto dei delusi dell’amministrazione Raggi, né ha motivato particolarmente l’elettorato di area (in libera uscita verso l’astensione). È risultato in testa perché il “campo avverso” è di fatto diviso in tre. Tuttavia, le sue chance sono ancora intatte: è probabile che Gualtieri abbia gioco relativamente più facile a convincere gli elettori di Calenda (meno propensi ad astenersi e più vicini al candidato del centrosinistra), ma l’elettorato rimasto fedele a Virginia Raggi è sicuramente più contendibile. La sfida, per entrambi i candidati, sarà convincerli ad andare a votare, come sarà anche impegnativo richiamare alle urne al ballottaggio chi si è astenuto al primo turno. Tuttavia, queste sono armi a disposizione soprattutto del candidato del centrodestra in quanto Gualtieri è più vicino ad aver “esaurito” il suo potenziale elettorale. Anche l’ex ministro potrebbe puntare ai voti dei 5 Stelle, provando a richiamare una prospettiva di intesa più ampia, di respiro nazionale. Ma è limitato dalla necessità di non scontentare, allo stesso tempo, gli elettori di Calenda. La partita è quindi certamente ancora aperta e le mosse dei prossimi giorni saranno fondamentali per il futuro sindaco di Roma.

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